Canto antico VII

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– Ninni! Dove sei! – La pioggia batteva insistente sui sassi della mulattiera e sulla cerata con cui Giuditta cercava di ripararsi e il ticchettio delle gocce era così forte da coprire a tratti la voce di Camillo che poco più in là, nel folto del bosco, chiamava incessantemente il piccolo. Giuditta si guardava attorno, mordendosi il labbro inferiore per non piangere, sono sua madre, pensava, come posso non sapere dove cercarlo? Aveva guardato ovunque, in ogni angolo della casa, nelle stalle, nel pollaio, nella casetta di legno che Nicola aveva costruito per Brusco, il suo cane, insieme a suo padre, ma del piccolo non c’era traccia. Subito dopo pranzo lo aveva visto correre fuori, incurante della pioggia che cominciava a cadere e delle raccomandazioni di sua madre, spavaldo come solo un ragazzino di undici anni poteva essere. Per un po’ avevano pensato che Brusco fosse con lui e questo pensiero li aveva tranquillizzati perché era un cane molto intelligente, abituato a governare il gregge, a riportare a casa anche la più sprovveduta delle pecore ma, mentre decidevano in quale direzione allargare le ricerche, avevano visto il grosso meticcio zoppicare verso casa, il muso intriso di fango e sangue, il pelo fulvo reso ispido dall’acqua sporca in cui si era rotolato facendo a botte col cane di Gustìn, come succedeva ormai da molti giorni. Il cane di Gustìn aveva un istinto selvatico, perchè era un cucciolo di lupo cresciuto in cattività. Gustìn lo aveva trovato andando a caccia di lepri, ferito gravemente ad una zampa dal martello con cui colpiva a morte le sue piccole prede in fuga attraverso i pascoli. Quella volta aveva visto muovere nell’ intrico di un cespuglio di rovi: era piuttosto lontano da lui, ma il fatto che nessun animale ne fosse schizzato fuori al suo arrivo lo aveva convinto a tentare un tiro. Il guaito che ne era seguito lo aveva riempito d’orgoglio e si era sentito molto fiero di sé alla vista del cucciolo di lupo. Lo aveva portato a casa con la precisa intenzione di farne il cane da guardia più aggressivo che si fosse mai visto su quei monti, ma il progetto si era presto rivelato un fallimento: il cucciolo di lupo era pauroso per indole, era timido e scappava a nascondersi ad ogni rumore. La martellata che aveva decretato il suo destino, sebbene attutita dalla trama dei rovi, lo aveva reso sgraziato nei movimenti e per niente veloce. Mangiava solo carne, preferibilmente cruda, preferibilmente di pecora. Crescendo aveva irrobustito le zampe, anche quella offesa, e l’istinto da predatore e con quelle armi a disposizione aveva cominciato ad avventurarsi sui pascoli più in alto, per dare la caccia alle pecore ed era stato così che aveva fatto la conoscenza di Brusco. Giuditta continuava a salire, scivolando quasi ad ogni passo sui sassi lucidi di pioggia della mulattiera. Era maggio e ci sarebbe stata ancora almeno un’ora di luce, prima che la notte inghiottisse le speranze di ritrovare Nicola. Camillo la raggiunse ansimando un po’, fradicio e pallido in viso :- Avremmo dovuto chiedere aiuto a Gustìn – disse in un fiato, mentre sollevava un lembo della cerata per crearsi un riparo. – A Gustìn…ma sei matto… – rispose Giuditta quasi sussurrando – mi fa paura quell’uomo, non deve sapere che Ninni è in giro per i boschi da solo. Continuiamo a salire. – e senza indugio riprese a scalare la mulattiera e a chiamare suo figlio  con tutta la voce che ancora aveva, alternando i richiami a lunghi istanti di silenzio, l’orecchio teso a percepire il minimo lamento. Camillo la seguiva fiducioso, come se la risolutezza di sua moglie fosse stata la promessa di un lieto fine.

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