Canto antico V

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La gallina girò la testa di scatto, inclinandola un po’ e accompagnò quel movimento improvviso con un chiocciare sommesso che a Camillo sembrò quasi una raccomandazione – Non ti farò male, stai tranquilla – ripeté con dolcezza, mentre le mani serravano la bestiola, affondando nelle piume rossicce. Camillo se la portò fino al petto poi la fece scivolare sotto il braccio sinistro con delicatezza; la gallina stava ferma, docile, assecondando i suoi movimenti, il becco puntato dritto in avanti e gli occhi semichiusi dietro le palpebre chiare: sembrava stesse per addormentarsi. Camillo le parlava sottovoce, con brevi frasi sconnesse, sapendo bene che ad importare davvero era solo il tono della sua voce e la gallina sembrava ascoltare, diligente; se ne stava zitta e così immobile che si sarebbe potuto sentire  il piccolo cuore battere. Il movimento delle dita fu rapido e preciso, quasi amorevole. Camillo lo fece camminando e non si fermò neppure quando il collo della bestiola penzolò dal suo braccio, sbattendo leggermente contro il fianco: la lasciò  scivolare tenendola per le zampe, così le ali si aprirono e la gallina sembrò un’anfora di terracotta che dondolava al suo passo cadenzato. Tornando verso casa passò sotto le finestre e sostò un istante, sollevando la testa come per ascoltare meglio, ma non sentì alcun suono provenire da quella parte così proseguì in direzione del focolare.  Oltre la finestra chiusa, nella camera inondata di luce, Giuditta aveva la sensazione di stare camminando da giorni sotto il sole: sudava così tanto che la camicia da notte le si era appiccicata alla pelle, diventando opprimente come una pesante coperta. Le gambe le dolevano proprio come quando si cammina troppo a lungo: sentiva i polpacci irrigidirsi in crampi dolorosi, le ginocchia tremare e il cuore balzarle in gola ad ogni contrazione. La casa era piena di gente, di donne venute ad aiutare, cugine, cognate: per le stanze  era tutto un ancheggiare di fianchi possenti, un piegarsi e distendersi di braccia forti e amorevoli che aprivano e richiudevano continuamente le porte, più raramente quella della camera di Giuditta, portando lini candidi e perfettamente ripiegati,  fasce e bende ed ogni altra cosa avesse chiesto la levatrice con quella sua voce autoritaria e limpida. La Tiana era una levatrice esperta, aveva fatto nascere tutti i bambini dei casolari sparsi su quei monti. Era decisa, coraggiosa, capace e Giuditta si fidava ciecamente di lei, così quando la sentì dire – Dai “bella figgia”, ancora una volta! – con il tono deciso eppure dolce con cui la incoraggiava da ore, raccolse le ultime forze quasi certa di non averne più e spinse fino a smettere di respirare. L’aria rientrò di colpo nei suoi polmoni nello stesso istante in cui uno strillo acutissimo riempì la stanza – Maschio! – annunciò solennemente la Tiana, sovrastando senza difficoltà gli strilli del neonato. Il brusio sommesso che aveva animato la casa per tutta la mattina divenne un vociare emozionato e incontenibile e fu l’ultima cosa che Giuditta sentì insieme al profumo del suo bambino, che la levatrice le aveva adagiato sul petto, ripulito e odoroso come un fiorellino di campo e già in cerca del seno, ad occhi chiusi, senza piangere. Anche Giuditta li chiuse, sotto lo sguardo rassicurante della Tiana: era sfinita ma adesso, finalmente, poteva riposare.

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