Canto antico III

3

– Un fuoco acceso fa sentire a casa – pensava Giuditta sorridendo, mentre con gesti rapidi e sicuri prendeva manciate di farina bianca e profumata da un sacchetto di tela chiara, appoggiato sulla panca di legno che occupava quasi tutta la parete di fianco a lei. Aveva esplorato tutta la casa prima di arrendersi al fatto che la cucina, se così si poteva chiamarla, si trovava all’ esterno di questa, in una casupola di pietra che Giuditta arrivando aveva a malapena notato. Quando con l”ultimo scatto della serratura il pesante portone si era aperto davanti a loro, Giuditta si era  avventurata a passi silenziosi e un po’ esitanti in una specie di atrio, privo di finestre, sul quale si aprivano diversi locali; in uno di questi faceva mostra di sé un acquaio di marmo grigio chiaro, imponente, privo di pompa per l’acqua; Giuditta entrando si era aspettata di trovarvi anche il focolare, ma non ve n’era alcuna traccia: le pareti erano bianche di calce e le travi del soffitto conservavano il tono caldo e rossiccio dei pesanti tronchi di rovere da cui erano state ricavate, mostrando chiaramente di non conoscere la patina inconfondibile del fumo. Giuditta era quindi uscita nuovamente sullo spiazzo davanti alla casa, rivolgendo lo sguardo verso la casupola posta alla sua destra, addossata alla costruzione principale come una creatura che si tenesse con forza alle gonne della propria madre.  Sul fronte della casetta c’era una porta, che permetteva di accedere ad un piccolo corridoio; su questo si aprivano tre locali di dimensioni davvero contenute ed uno di questi era quasi completamente occupato da un grande focolare, al centro del quale stava sospesa, saldamente fissata ad una trave del soffitto soppalcato, una pesante catena di ferro da cui pendeva un grosso gancio annerito. Non c’era cappa a raccogliere il fumo, perchè il soppalco che sovrastava la stanzetta era sempre stato utilizzato per riporvi le castagne ad essiccare, sfruttando il calore intenso del focolare sottostante. Le pareti di quel piccolo locale erano colore del carbone, così come le tavole e le travi del soffitto; il pavimento era di terra, battuta da un quotidiano calpestio che l’aveva resa dura come pietra. Sulla parete opposta alla porticina d’entrata c’era una piccola finestra, mentre al di sopra del soppalco, su quello che rimaneva della stessa parete, era stata ricavata un’apertura, da cui le castagne venivano rovesciate per essere poi distribuite accuratamente sulle tavole del soppalco, esposte al tenace calore del fuoco. Giuditta, immobile sulla soglia, si era guardata attorno con curiosità, contenta di ciò che i suoi occhi riuscivano a distinguere nella penombra che la luce del tramonto non riusciva a penetrare. Aveva pensato che col tempo anche loro avrebbero usato quel locale così piccolo e prezioso per lo stesso scopo, ma per il momento quella stanzetta annerita e buia le era sembrata il focolare  più bello che si potesse desiderare. Camillo aveva recuperato da qualche parte un tavolino in ottime condizioni e lo aveva avvicinato alla panca lunga e stretta. Un grande fazzoletto, annodato in foggia di fagotto, era stato appoggiato sul tavolino, diventando come per incanto una tovaglia apparecchiata per due quando Giuditta ne aveva sciolto le cocche, stirando con le mani la stoffa sul ripiano liscio e sistemando i piatti, i bicchieri e le posate che vi erano state riposte per la prima cena dei due sposi; il resto del corredo, i pochi arredi e le provviste sarebbero arrivati a casa l’indomani, a bordo del carro messo a disposizione dal padrone.  Intanto  Camillo era uscito di nuovo, tornando poco dopo con le braccia cariche di legna: rami secchi di erica, ciocchi di castagno e qualche pigna; in pochi secondi il profumo della resina di pino aveva cominciato a riempire la stanza, salendo in strette e dense volute di fumo bianco, poi la fiamma era divampata all’improvviso, con un suono profondo e soffocato, simile a quello del vento quando rotola fra gli alberi e ruggisce come un animale selvatico. La fiamma saliva alta e viva, scoppiettando e Giuditta mescolava acqua e farina e pensieri in una ciotola, con un cucchiaio di legno d’ulivo.

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One thought on “Canto antico III

  1. gradevole e dettagliata la descrizione degli ambienti, accompagnata dal prendere vita delle cose mentre s’impastano coi pensieri di giuditta. ammaliante, nel finale la sequenza profumo-fumo-divampata.

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