Canto antico IV

4

Come sei bella amore mio. Come farò a dirtelo, io che non sto mai zitto e scherzo e rido su ogni cosa; io che a stare in silenzio mi sembra di perdere tempo. Ora non ho il coraggio di pronunciare neppure una parola, neppure il tuo nome, che è la parola più bella. Fa caldo qui, si sta bene. Ti ho detto :- Spegni il lume, c’è il fuoco acceso, non serve – e tu lo hai spento senza replicare, sorridendo serena: siamo uguali tu ed io. Poi sei tornata accanto al fuoco, di fronte a me e mi hai chiesto con la tua voce calma e sicura :- Lo dici tu il Rosario? – Ti ho risposto – Sì – con la mia faccia più seriosa, ma dentro di me ho sorriso: il tuo Rosario, il catenaccio del giorno; lo reciti come se chiudessi bene porte e finestre, con la stessa attenzione. Ora che anche l’ultima litania si è spenta sulle tue labbra da ragazzina, rimaniamo in silenzio ed io sono in pena, perchè non trovo le parole nè il coraggio per dirti che sei bella. E lo sei sempre di più. Adesso ad esempio, mentre abbassi gli occhi e dici che le braci sono ancora troppo ardenti per poter essere portate a letto o adesso che rimani col viso rivolto in basso, ma sollevi lo sguardo fino a me e non so se il colore delle tue guance è il riflesso del focolare o quello dei tuoi pensieri. Sei bella amore mio. Oggi mi hai fatto di nuovo innamorare di te. Non dimenticherò mai il tuo respiro dietro i miei passi e i tuoi occhi seri ma pieni di felicità, di promesse di felicità. Sei la mia terra, amore mio, e la mia casa. Oggi pomeriggio arrivando qui ho guardato questo posto con attenzione e ci ho visto tutto quello che voglio offrirti. Poi voltandomi verso di te ho dimenticato tutto: le tue belle mani correvano sul tuo collo a riacciuffare quelle ciocche ribelli che scivolano sempre dalla tua pettinatura; anche adesso sono scese lente e morbide, a ricordarmi che anch’io potrò accarezzare la tua piccola testa, spettinare i tuoi capelli e poi ricomporli, ancora, intorno al tuo viso.

Ti voglio tanto bene. Ho pensato spesso a quando sarei stata nella nostra casa iniseme a te, soli. Ci ho pensato con timore, con emozione e desiderio, ma ora che sono qui, seduta davanti a te, provo qualcosa che non avevo immaginato. Il cuore batte così veloce che potrebbe uscirmi dalle orecchie o dalla bocca, ma dentro di me sono calma: mi sento al sicuro qui con te. Oggi, salendo per la mulattiera, ti ho guardato sempre, abbassando gli occhi solo quando ti vedevo inclinare la testa e voltarti verso di me  quasi di nascosto. Conosco il tuo corpo, anche se non l’ho mai visto. Ho osservato, imparato e amato ogni più piccolo movimento che ha accompagnato la tua salita: la posizione della testa, il collo e le spalle larghe e forti sotto il peso delle sporte; le gambe agili, i passi misurati, cadenzati, che mi hanno invitato a seguirti nello stesso modo in cui lo ha fatto il tuo sì, questa mattina in chiesa. Ti voglio tanto bene. Chissà a cosa stai pensando; adesso per esempio, mentre accendi l’ultima sigaretta con un pezzetto di brace, che è ancora troppo ardente per poterla portare a letto. Te lo dico. Non hai risposto, ma mi stai guardando in un modo che non conosco. Nessuno mi ha mai guardato così, con così tanta dolcezza. Ora vorrei essere  bella, bellissima per te, ma sento i capelli fuggire dal recinto delle forcine e le ciocche scendere sulle spalle. Stavo per raccoglierle ma i tuoi occhi mi hanno fermata: le guardi con amore, sì, con amore…sento le ciocche ribelli sotto le mie mani e mi sembra di sentire le tue dita.

– Comincia a fare freddo, ormai siamo in autunno.
– Sì, fa freddo.
– Rimaniamo qui per questa notte, vicino al fuoco. Va bene?
– Sì.
Camillo uscì per tornare quasi subito con un materasso arrotolato. Lo stese accanto alle braci, ma non troppo vicino: era un sacco, di tela a righe un po’ ruvida, riempito di foglie di castagno e frusciava sotto le mani come un bosco scosso dal vento. Giuditta prese dalla sporta grande le lenzuola che aveva ricamato per quella notte; c’erano mille pensieri, desideri e parole non dette, timori e speranze intrecciati ai fili del ricamo, ma ciò che provava adesso era paragonabile soltanto al candore del lino, al grande telo bianco, vuoto, semplice, pulito. Così si sentiva Giuditta: un telo candido in cui suo marito si sarebbe avvolto.
-Mettiti dalla parte del fuoco – disse Camillo con premura e Giuditta lo accontentò in silenzio. In quel momento, mentre sua moglie si sistemava accanto a lui, ammirandone il profilo minuto e delicato, bruno contro il rosso della fiamma, Camillo si accorse che erano entrambi vestiti; non avevano tolto neppure le scarpe. Distesa sul fianco Giuditta sentiva  sulla schiena il tepore della brace vicina; suo marito le stava di fronte, un braccio piegato a sostenere la tempia mentre il riverbero rosso illuminava il suo volto, rivelando ogni singolo pensiero. Camillo sollevò una mano lentamente e con la punta dell’indice sfiorò la guancia di sua moglie; non poteva vederne il viso, perchè la luce rossastra del focolare gli riempiva gli occhi e quasi lo rendeva cieco; le si avvicinò un po’ e così facendo entrò nell’ombra scura e morbida di quel corpo che ancora non conosceva: la prima cosa che vide fu il suo sorriso.

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Canto antico III

3

– Un fuoco acceso fa sentire a casa – pensava Giuditta sorridendo, mentre con gesti rapidi e sicuri prendeva manciate di farina bianca e profumata da un sacchetto di tela chiara, appoggiato sulla panca di legno che occupava quasi tutta la parete di fianco a lei. Aveva esplorato tutta la casa prima di arrendersi al fatto che la cucina, se così si poteva chiamarla, si trovava all’ esterno di questa, in una casupola di pietra che Giuditta arrivando aveva a malapena notato. Quando con l”ultimo scatto della serratura il pesante portone si era aperto davanti a loro, Giuditta si era  avventurata a passi silenziosi e un po’ esitanti in una specie di atrio, privo di finestre, sul quale si aprivano diversi locali; in uno di questi faceva mostra di sé un acquaio di marmo grigio chiaro, imponente, privo di pompa per l’acqua; Giuditta entrando si era aspettata di trovarvi anche il focolare, ma non ve n’era alcuna traccia: le pareti erano bianche di calce e le travi del soffitto conservavano il tono caldo e rossiccio dei pesanti tronchi di rovere da cui erano state ricavate, mostrando chiaramente di non conoscere la patina inconfondibile del fumo. Giuditta era quindi uscita nuovamente sullo spiazzo davanti alla casa, rivolgendo lo sguardo verso la casupola posta alla sua destra, addossata alla costruzione principale come una creatura che si tenesse con forza alle gonne della propria madre.  Sul fronte della casetta c’era una porta, che permetteva di accedere ad un piccolo corridoio; su questo si aprivano tre locali di dimensioni davvero contenute ed uno di questi era quasi completamente occupato da un grande focolare, al centro del quale stava sospesa, saldamente fissata ad una trave del soffitto soppalcato, una pesante catena di ferro da cui pendeva un grosso gancio annerito. Non c’era cappa a raccogliere il fumo, perchè il soppalco che sovrastava la stanzetta era sempre stato utilizzato per riporvi le castagne ad essiccare, sfruttando il calore intenso del focolare sottostante. Le pareti di quel piccolo locale erano colore del carbone, così come le tavole e le travi del soffitto; il pavimento era di terra, battuta da un quotidiano calpestio che l’aveva resa dura come pietra. Sulla parete opposta alla porticina d’entrata c’era una piccola finestra, mentre al di sopra del soppalco, su quello che rimaneva della stessa parete, era stata ricavata un’apertura, da cui le castagne venivano rovesciate per essere poi distribuite accuratamente sulle tavole del soppalco, esposte al tenace calore del fuoco. Giuditta, immobile sulla soglia, si era guardata attorno con curiosità, contenta di ciò che i suoi occhi riuscivano a distinguere nella penombra che la luce del tramonto non riusciva a penetrare. Aveva pensato che col tempo anche loro avrebbero usato quel locale così piccolo e prezioso per lo stesso scopo, ma per il momento quella stanzetta annerita e buia le era sembrata il focolare  più bello che si potesse desiderare. Camillo aveva recuperato da qualche parte un tavolino in ottime condizioni e lo aveva avvicinato alla panca lunga e stretta. Un grande fazzoletto, annodato in foggia di fagotto, era stato appoggiato sul tavolino, diventando come per incanto una tovaglia apparecchiata per due quando Giuditta ne aveva sciolto le cocche, stirando con le mani la stoffa sul ripiano liscio e sistemando i piatti, i bicchieri e le posate che vi erano state riposte per la prima cena dei due sposi; il resto del corredo, i pochi arredi e le provviste sarebbero arrivati a casa l’indomani, a bordo del carro messo a disposizione dal padrone.  Intanto  Camillo era uscito di nuovo, tornando poco dopo con le braccia cariche di legna: rami secchi di erica, ciocchi di castagno e qualche pigna; in pochi secondi il profumo della resina di pino aveva cominciato a riempire la stanza, salendo in strette e dense volute di fumo bianco, poi la fiamma era divampata all’improvviso, con un suono profondo e soffocato, simile a quello del vento quando rotola fra gli alberi e ruggisce come un animale selvatico. La fiamma saliva alta e viva, scoppiettando e Giuditta mescolava acqua e farina e pensieri in una ciotola, con un cucchiaio di legno d’ulivo.