Canto antico II

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Dal momento in cui avevano salutato gli invitati alle nozze e si erano avviati verso il sentiero, oltre il paese, Camillo non aveva più aperto bocca: aveva sorriso a Giuditta e si era incamminato davanti a lei, cercando di rallentare il suo agile passo da montanaro, per non rendere quella salita ancora più difficile alla cocciuta ragazza che finalmente era diventata sua moglie. Ogni tanto la sentiva, dietro di sé, sospirare un po’ e fermarsi, per liberare i tacchi delle scarpe che andavano ad incastrarsi fra i sassi del sentiero; allora piegava la testa di lato e le rivolgeva uno sguardo serio ma intenerito :- Ce la fai? – le domandava paziente e lei annuiva, testarda. Non ne aveva voluto sapere di sostituire le scarpe con cui si era sposata con gli scarponi, più comodi e adatti al terreno impervio della mulattiera e lui aveva insistito tanto perché lo facesse, ma in cuor suo si era commosso. Ad ogni sosta forzata cercava di mantenere quell’espressione a metà fra la severità e la dolcezza, almeno finché la sua attenzione non tornava a concentrarsi sul sentiero, perché lei non vedesse quanto la trovasse bella, ma ci riusciva a stento, perchè amava il carattere fermo di Giuditta, il suo sguardo fiero e delicato allo stesso tempo e quella piega delle labbra che la faceva sembrare una ragazzina. Ne era orgoglioso e al vederla salire carica del proprio bagaglio, i piedi torturati dai sassi della mulattiera eppure sorridente, forte, silenziosa, il cuore gli batteva in gola come se avesse percorso tutta la salita correndo o come la prima volta che se l’era trovata davanti, bellissima, e non era riuscito neppure a salutarla, paralizzato dall’emozione. Sorrideva non visto, arrancando su per il sentiero, al ricordo di pochi giorni prima, quando aveva lasciato fra le mani un po’ tremanti della sua futura suocera il suo regalo di nozze per Giuditta. Poi era quasi scappato via, per l’imbarazzo di emozionarsi davanti a lei e per il segreto timore che le scarpe che aveva scelto potessero non piacerle. Non si era voltato neppure una volta perché se lo avesse fatto l’avrebbe vista, la sua figura minuta nel vestito celeste e sarebbe tornato indietro e lei avrebbe capito che un uomo può anche piangere quando è così tanta la bellezza che ha di fronte. Giuditta emise un sospiro profondo e Camillo, senza neppure voltarsi, lo sentì uscire lieve dalle labbra di lei, sorridenti e capì che era un sospiro di sollievo: il sentiero tortuoso e sconnesso sbucava finalmente su una strada larga e battuta sul ciglio della quale, poco distante, si trovava la loro casa. La raggiunsero in breve, superando la fonte e il lavatoio che erano proprio sotto strada e scesero sulla piazzetta da cui si accedeva al portone principale. Camillo si fermò a poca distanza dalla casa, lasciando correre lo sguardo tutto attorno sui boschi di castagni, le vigne, il fienile poco più in basso; solo la visione di sua moglie, che sistemava i capelli con una grazia che lo fece tremare, gli impedì di essere travolto dai pensieri, dai progetti che non vedeva l’ora di cominciare a realizzare su quella che adesso era la loro terra e su cui avrebbero sudato, sofferto e poi gioito insieme, ad ogni semina e per ogni raccolto. Estrasse dalla tasca dei pantaloni una pesante chiave, che entrò riluttante nella toppa emettendo un cigolio ad ogni scatto della serratura. Il portone si aprì girando sui cardini oliati di recente; la luce calda del tardo pomeriggio entrò per prima, quasi avesse aspettato fuori da quella porta, per giorni e giorni, impaziente e padrona, il loro arrivo.