Canto antico I

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Due figure vestite di scuro salivano di buon passo, sotto un tiepido sole, il sentiero che dal paese portava ai monti. A vederle da lontano nessuno avrebbe indovinato che si trattava di due sposi: Giuditta e Camillo infatti si erano sposati la mattina, alle dieci, nella chiesetta di Montale. Erano solo le quattro del pomeriggio, ma la cerimonia semplice con cui il parroco li aveva uniti in matrimonio poche ore prima sembrava già un ricordo lontano; Giuditta aveva voluto tenere ai piedi le scarpe con cui si era recata all’altare, malgrado suo marito le avesse più volte ripetuto che percorrere l’erta dal paese fino a casa senza comodi scarponi sarebbe stato doloroso. I piedi le dolevano infatti, soprattutto a causa delle pietre aguzze di cui era fatto il sentiero e fra le quali i tacchi, sebbene bassi e larghi, andavano ad incastrarsi quasi ad ogni passo, costringendola a brusche fermate che mettevano in serio pericolo la stabilità del voluminoso fagotto che portava sul capo e nel quale aveva radunato tutto il suo corredo. Nonostante la difficoltà nel camminare, però, Giuditta era felice di avere ancora ai piedi le sue scarpe da sposa; nei giorni precedenti il matrimonio, durante i pochi preparativi per la cerimonia, aveva spesso pensato alle scarpe da indossare con crescente preoccupazione. Acquistarne un paio non era cosa facile, soprattutto se le si desiderava di pelle e con un tacco vezzoso ed elegante che ingentilisse le gambe :- Non metterò le scarpe di tela per sposarmi! – ripeteva Giuditta con tono risoluto ogni volta che sua madre cercava di convincerla ad accontentarsi di quello che potevano permettersi. Ma qualche giorno prima del matrimonio, mentre era intenta a radunare il suo piccolo corredo, Giuditta aveva sentito la voce di Camillo giungere dal cortile: poche parole frettolose e sua madre che la chiamava con tono impaziente. Aveva sceso il più in fretta possibile la stretta e ripida scala di legno, ma giunta in cucina aveva trovato solo sua madre che immobile guardava verso la porta aperta con un’espressione sorpresa e commossa; allora  Giuditta era uscita di corsa sull’aia, riuscendo però a vedere soltanto la figura agile e magra di Camillo sparire oltre la curva.  Era rientrata altrettanto di corsa chiedendo spiegazioni su quella partenza improvvisa e sua madre per tutta risposta aveva indicato un pacco, fatto con carta di giornale, appoggiato sul tavolo della cucina. Al suo interno c’era un paio di scarpe, di pelle lucida e scura, con il tacco basso ma elegante; Giuditta le aveva prese con cura dall’involto e le aveva calzate con ogni attenzione; ne aveva ammirato l’effetto e provata la comodità camminando avanti e indietro sul pavimento di mattoni rossi, poi si era fermata e con un largo sorriso aveva esclamato :- Sono proprio le scarpe che desideravo! – e pensando a Camillo aveva abbracciato sua madre, commossa come lei per la delicatezza e l’amore che quel dono prezioso esprimeva. Dai capelli raccolti sulla nuca qualche ciocca scivolò giù, per il dolce ondeggiare dell’andatura con cui Giuditta assecondava la faticosa salita; i due sottili anellini d’oro che le ornavano i lobi dondolavano ad ogni passo. All’ennesima buca Giuditta decise di fermarsi un istante, anche per estrarre uno dei tacchi dalla morsa delle pietre senza danneggiarlo. Nel farlo lo sguardo le cadde proprio sulle scarpe: erano completamente impolverate ma nonostante tutto non le avrebbe sostituite con gli scarponi: sarebbe arrivata alla soglia della nuova casa con ai piedi le scarpe più belle del mondo, le sue scarpe da sposa. Camillo si fermò e si volse verso di lei in modo sbrigativo ma paziente :- Ce la fai?- le chiese con la consueta dolcezza un po’ severa. Giuditta annuì sorridendo: la sagoma di pietra scura della loro casa era già ben visibile, anche se l’andamento tortuoso della mulattiera faceva sì che essa apparisse e scomparisse in continuazione allo sguardo, a tratti completamente nascosta dai boschi che ricoprivano i fianchi del monte. Ad un certo punto la strada si fece più ampia e i sassi aguzzi lasciarono il posto alla terra battuta; gli ultimi metri furono davvero facili da percorrere e Giuditta si ritrovò finalmente sulla piazzetta davanti al portone. Posò a terra le sporte che le occupavano le mani e fece una specie di genuflessione, per permettere al fagotto di scivolare dolcemente dalla sua testa fino a terra. Rialzandosi mise in ordine i capelli con gesti rapidi e sicuri e sorridendo si volse verso suo marito, che le si era avvicinato per aiutarla: finalmente sentì di essere arrivata a casa.

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