Una giornata particolare

Ora sulla strada c’è solo silenzio. E polvere. Si sta alzando una brezza, proveniente dal mare, che porta il profumo del salino fin sul valico, lo sospinge sulla cresta dei monti per farlo precipitare giù, fra i boschi dell’entroterra, rotolando come un sasso, come un blocco d’ardesia a spacco, fino alla valle. All’ombra dei giovani pini Agostino e Mario stanno distesi in silenzio; aspettano il passaggio della corsa, immaginando il frastuono delle ammiraglie, dei direttori sportivi che incitano i corridori a voce altissima, perché costretti a mantenersi ad una certa distanza dai ciclisti a causa della troppa polvere che le loro automobili sollevano. Il cuore balza in petto al minimo rumore in lontananza: un volo di cavallette,  uno schiocco di merlo, tutto fa sì che i due amici si risveglino di colpo dal pesante torpore, che  li culla già da qualche minuto per la fatica ed il pranzo abbondante. Poco dopo le tre il silenzio è percorso da uno strano ronzio: il respiro pesante e sonoro dei due giovani, vinti dal caldo e dalla fatica. Respirano quasi all’unisono, distesi vicini; le gambe, eroiche protagoniste della durissima scalata, sono abbandonate in completo riposo, le scarpe slacciate, i visi arrossati dal sole. Una poiana sorvola la zona, che è il suo territorio di caccia. Lei sola è in grado di vedere i due corpi vicini, arresi al riposo e altri corpi, guizzanti e multicolori laggiù, dove la strada si perde oltre il costone del monte. Lei sola sente, acuta osservatrice, i respiri ritmati dei due e quegli altri, più affannati ma regolari, che si avvicinano e si confondono, vi si sovrappongono per un istante, prima di rotolare via, insieme alle ruote delle biciclette impolverate. La poiana sorvola con grandi cerchi concentrici il suo territorio di caccia; qualche auto, che passa sferragliando sul terreno leggermente sconnesso, non turba il silenzio del bosco e le prede, ignare, perseguono quiete lo scopo della sopravvivenza quotidiana. Nel sole che abbaglia, riflesso sul mare, la vita che passa somiglia a una musica: respiri ritmati, motori ritmati, rumore di sassi scalzati, accenni di voci trattenute dalla stretta caparbia dei denti, nelle mascelle tese, contratte per la fatica e la fierezza. Poi finalmente torna il silenzio, brulicante di vita furtiva. La poiana decide la preda e si lancia in picchiata, sicura, maestosa ed inesorabile; scompare nel folto degli alberi, oltre la costa del monte, per poi riemergere come da un mare verde, tremulo, risalendo in alto con la preda ben salda fra gli artigli. Lancia un grido acutissimo, che proclama il trionfo o forse annuncia a chi aspetta l’arrivo del pasto. Agostino riemerge anche lui dal suo sonno pesante e si siede di scatto, sfregando gli occhi impastati di polvere e sonno. Con la mano scuote l’amico, che mormora qualcosa fra le labbra screpolate. Sono seduti e svegli adesso; il cuore batte all’impazzata per il risveglio improvviso e innaturale e per un certo presentimento che nessuno dei due si decide ad ammettere. Improvviso, poco lontano, si sente un vociare cadenzato e un fruscio di strada sterrata e di sassi divelti. I due ragazzi balzano in piedi e scendono dal poggio come giovani lepri: dalla curva, vociando e incalzando, sopraggiunge un pastore col suo gregge di pecore, già private del vello. Ha un bastone di legno di nocciolo, sottile, e ogni tanto sospinge le pecore sfiorando loro i garretti con risoluta dolcezza. Agostino e Mario non riescono a muovere un solo passo e aspettano che il pastore passi loro davanti, per domandargli, non senza timore, notizie del Diavolo Rosso; ma il pastore non sa della corsa: ha salito la mulattiera del monte ed è sbucato sulla strada pochi metri più in là; non ne capisce di biciclette lui, né di diavoli di qualunque colore siano. Disorientati e straniti i due amici stanno per risalire sul poggio, per rinfrescarsi alla fonte, quando si sente arrivare da lontano un mezzo a motore. I due amici si guardano: un lampo di irriducibile speranza sciabola nei loro occhi, ormai spalancati. È una moto, ma questa volta poco importa la marca o il modello: i due si precipitano sulla strada: la moto procede avanzando veloce e non accenna a rallentare, neppure in vista dei due giovani che agitano le braccia. Non si fermerà, lo capiscono. Allora Agostino domanda a gran voce:- Siete un battistrada? I corridori? A che punto è la corsa?- Il centauro, avvicinandosi, risponde e la sua voce si sente appena, confusa con quella del motore:- La corsa è passata già da un pezzo…i corridori sono andati…non c’è più nessuno…- e solleva una polvere densa, passando vicino ai ragazzi. – E il Gerbi? Il Diavolo Rosso? – domanda Agostino, con la voce strozzata dalla polvere e dallo sconforto :- Si è ritirato trenta chilometri dopo la partenza…troppe cadute…ginocchia fasciate…- La scia di polvere della moto trascina con sé le ultime parole del centauro, mentre i due stanno fermi, interdetti, sul ciglio della strada nuovamente deserta. Su in alto, simile al grido acuto della poiana, si sente la voce incalzante del pastore, che sospinge le pecore verso la cima del monte. La brezza marina raduna piccole nuvole bianche sul ciglio dell’orizzonte; ogni tanto, come un uccello rapace, scende in picchiata lungo la costa dei monti e giocando insieme alla polvere cancella le tracce di un sogno, impresse da ruote e pedali sulla terra battuta della strada.

Fine

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