Una giornata particolare

Sono ormai quasi le due quando Agostino e Mario arrivano in cima alla lunga salita, ripida e tortuosa, che li ha portati fino al Passo del Bracco, l’antica  Aurelia. Girano a destra, verso Carrodano, alla ricerca di un posto lungo la strada che  consenta loro una buona visuale sul passaggio dei corridori. Poco distante dal punto in cui si sono immessi sull’Aurelia c’è una piccola fonte, subito sopra strada, all’ombra dei pini: la raggiungono raccogliendo le ultime forze. Abbandonano le biciclette ai piedi  del  poggio al di sopra del quale zampilla,  come un miraggio nel deserto,  un piccolo getto d’acqua freddissima: è piacevole lavare via la polvere e il sudore, sentendo la temperatura del corpo abbassarsi progressivamente.  – Secondo i miei calcoli – dice Mario, una volta sedutisi all’ombra  – i corridori dovrebbero passare da qui fra circa un’ora, un’ora e mezza al massimo – Agostino toglie il fazzoletto ormai fradicio che aveva usato come berretto e si distende sugli aghi di pino, appoggiandosi sui gomiti. I muscoli dei polpacci gli fanno male, i piedi anche. All’improvviso si sente in lontananza il rumore di un motore che si avvicina. Mario balza in piedi, fissando attentamente il punto più lontano che da quella posizione riesce a raggiungere con lo sguardo: la sagoma di una motocicletta si indovina nella densa cortina di una nuvola di polvere. – Belandi! È una Excelsior! – dice Mario con tono da intenditore. –  Cosa ne sai tu di che moto è quella! – esclama Agostino con aria dubbiosa, mollemente disteso nella stessa posizione di prima. – Mio cugino, che è andato a lavorare a Torino, mi ha parlato di questa moto – spiega Mario prontamente  e aggiunge con orgoglio – lui lavora nello stabilimento Della Ferrera, lui le moto le fa! – Agostino si alza a sua volta, un po’ riluttante ma incuriosito dall’entusiasmo dell’amico; la motocicletta si avvicina, rallenta, si ferma proprio davanti a loro. Uno dei due centauri scende, sollevando gli occhiali e spostandoli sulla fronte. Ha in mano una borraccia e si avvicina alla fontanella per fare rifornimento. – Salve, fate parte della carovana che accompagna il Giro? – chiede Mario senza indugio. Il centauro scopre i denti bianchissimi in un largo sorriso – Sì, facciamo da battistrada. Non solo noi. Dietro ci sono altre moto ed anche auto. Dietro… – e pronuncia quell’ultima parola con un sorriso malizioso, rivelando un certo orgoglio. – Bella moto! – esclama Agostino e fingendo una conoscenza che non possiede :- È una Excelsior?- aggiunge, mentre Mario lo fulmina con un’occhiata – No – risponde pacatamente il centauro, riempiendo la borraccia fino all’orlo, dopo aver versato un po’ d’acqua sugli occhi arrossati per il calore e la polvere – é una Della Ferrera, 300 cc, comando a doppio bilanciere – e intanto  scende dal poggio e risale sulla motocicletta – Belandi! – dice Mario quasi in un sussurro – capace che l’ha fatta mio cugino! – I due motociclisti ripartono prima che Agostino abbia il tempo di chiedere notizie dei corridori. I due amici tornano a sedersi all’ombra: il sole arroventa la strada come d’agosto, le cortecce dei pini crepitano come se ardessero in un braciere. Seduti al fresco cominciano a sentire i morsi della fame; hanno consumato tutte le energie disponibili in quella salita eroica sotto il sole e adesso il pensiero del minestrone dell’Amelia e di un bicchiere di vino prende decisamente il posto del grande Gerbi nel loro immaginario. Il vino, raffreddato sotto lo zampillo gelido della fontanella, è delizioso e scorre con la dovuta generosità; il minestrone è un sogno, un trofeo, vale ben più delle 25.000 lire che l’organizzatore Armando Cougnet ha promesso in premio al vincitore del Giro. Alle tre i rintocchi del campanile di Carrodano sono sovrastati dal passaggio di alcune automobili; i due giovani vorrebbero attirare l’attenzione degli occupanti, per chiedere notizie circa l’andamento della corsa e il tempo che manca al passaggio dei corridori, ma la polvere sollevata dagli pneumatici  sul fondo battuto del Bracco impedisce loro di vedere e di essere visti. Nel vortice bianco che si allontana solo una scritta è leggibile: Bianchi; l’ammiraglia del grande Gerbi è appena transitata sotto i loro occhi, allontanandosi come un miraggio e lasciando, a ricordo del già leggendario passaggio, solo l’impronta delle ruote sulla strada deserta.

Fine terza parte

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