Una giornata particolare

Alle undici precise Mario ferma la bici sotto il pergolato, proprio davanti alla chiesa. Agostino lo raggiunge con la sua pedalata inconfondibile; ha in testa un fazzoletto a righe, che ha annodato ai quattro angoli perché diventi un berretto: il sole picchia sulla polvere della strada e la fa brillare come fosse neve. In quel momento Don Bacigalupo esce dalla chiesa, la tonaca perfettamente abbottonata malgrado il caldo:- Buongiorno figlioli!- esordisce con la sua voce baritonale, imperiosa come quando commenta i Vangeli nell’omelia o canta l’Alleluia. I due ragazzi sorridono come bambini nel giorno della Prima Comunione :- Buongiorno padre!- Don Bacigalupo appoggia uno schiaffetto benevolo su quei visi che conosce molto bene, come fossero ancora i suoi chierichetti di un tempo e chiede con aria paterna e vagamente indagatrice :- Come mai da queste parti?- I due ragazzi non nascondono l’entusiasmo:- Saliamo al Bracco in bici a vedere i corridori – rispondono, come se per tutta la mattina non avessero aspettato che quella domanda – se siamo fortunati potremo veder passare il Diavolo Rosso! – Come, come…andate a veder passare il diavolo?! – esclama il parroco, fingendo uno stupore che non prova: conosce bene il leggendario corridore e l’origine di quel soprannome così particolare; pare che Gerbi se lo sia guadagnato attraversando suo malgrado una processione, durante una fuga, nel bel mezzo di una corsa. Si dice sia stato proprio il sacerdote che guidava i fedeli in preghiera a definire così quella figura vestita di rosso, piombata all’improvviso sui presenti come una creatura infernale che avesse avuto l’ardire di disturbare col suo passaggio l’atmosfera mistica e compresa della processione. I due ragazzi ridono alle parole di Don Bacigalupo che, aggiunta qualche raccomandazione, si allontana sorridendo, non senza aver prima accarezzato il capo dei due giovani con un gesto che somiglia ad una benedizione. Agostino e Mario non avrebbero mai osato chiedere al parroco di benedire quella che ritengono in tutto e per tutto un’impresa eroica, per questo quel gesto così istintivo e affettuoso ha per loro il valore di un viatico. Risalgono sulle biciclette con il cuore leggero, il campanile batte il quarto; la strada, impervia e tutta curve, li aspetta; nello zaino che Agostino porta sulle spalle c’è la gavetta con dentro il minestrone, una fiaschetta di vino, pane, salame e le raccomandazioni di quelli rimasti a casa. Dopo un paio di chilometri, mentre affrontano i tornanti in vista della Rossola, lo specchio di mare aperto alla loro sinistra è come una distesa d’acciaio fuso. Il riverbero del sole accende le guance dei due amici che ormai non sono più due ragazzi in cerca di una leggenda, ma due corridori veri, due gregari, disposti per natura e per carattere a sputare il sangue sulla strada, a lasciare l’ultimo respiro nella polvere, per poi risollevarsi e continuare a pedalare e salire, salire, fino all’arrivo. Quando giungono all’altezza di Bonassola è già passata un’ora, sessanta minuti di sofferenza sotto il sole di mezzogiorno. I pantaloni che Mario ha tagliato per ricavarne dei calzoncini corti sono passati dal nero originario ad un’indefinita sfumatura di grigio, per la polvere e per il sudore che li intride e li fa appiccicare alle cosce. Agostino sente la fatica scendergli in rivoli dai capelli lungo tutto il corpo e i muscoli delle braccia indolenzirsi, per la contrazione provocata dalla posizione con cui cerca di assecondare i tornanti in salita e per via dei venti chili di peso della bici. Il rapporto che hanno deciso di impostare prima della partenza è quello giusto. Mentre arrancano sotto il sole, i due amici scambiano brevi occhiate d’intesa e di soddisfazione; la fatica, che aveva soppiantato l’entusiasmo iniziale, lascia a sua volta il posto ad una condizione psicofisica ideale: i due sembrano non avvertire più la stanchezza, pedalando con ritmo costante, fluido, accompagnando le bici sul terreno accidentato, assecondando la sinuosità della salita. Il silenzio è appena disturbato dal canto delle cicale, nascoste nei cespugli di ginestra e di elicriso. Le cortecce dei pini scricchiolano al calore del sole, lasciando che un profumo intenso di resina si liberi nell’aria. Il respiro ritmato dei due accompagna le pedalate sicure; l’unico timore, che cercano di esorcizzare non pensandoci, è la possibilità di una foratura: hanno solo una camera d’aria di ricambio, che Mario porta incrociata sulle spalle, come fanno i veri corridori. Nessuno lungo la strada saluta il loro passaggio: solo una poiana, che sorvola la zona disegnando ampi cerchi con le ali spiegate, sembra intenzionata a seguire a debita distanza la loro scalata alle pendici del Bracco: la corsa silenziosa di due gregari in fuga, in cerca del proprio capitano.

Fine seconda parte

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