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Dalla mia finestra li vedo bene, li sento arrivare. Raggiungono il loro punto di ritrovo sotto le querce, chi a passi veloci e nervosi, chi lentamente e in modo incerto, chi a fatica per una malattia deformante degli arti inferiori. Si chiamano, ad alta voce, come se non si vedessero da mesi e rispondono al richiamo del loro nome come superstiti di un naufragio, approdati per ventura su una spiaggia buia. La maggior parte di loro ha spalle dritte e una magrezza nodosa. Siedono subito, appena arrivati, con la solerzia di chi sta per cominciare un lavoro importante, con voglia e gesti da ragazzi. Li osservo da circa quattro anni. Sono sempre lì, con qualunque tempo; unica eccezione le feste grandi e le giornate di tempesta. Fanno parte di questo gruppetto due gemelle, di circa ottanta anni. Vestono sempre in modo identico e colorano i capelli dello stesso bruno ramato. Le incontro spesso per le vie del paese, a fare la spesa, all’ufficio postale. Hanno occhi neri e vivissimi e camminano sottobraccio. Le immagino fare così durante tutta la loro vita; con il braccio di una delle due, bambina, intrecciato a quello dell’altra come un rampicante sul suo supporto; poi ragazze, con lo stesso gesto, più elegante, rivelatore di un’incertezza naturale, la possibile parziale potatura di quel ramo; poi signorine di mezza età, rassicurate da quell’intreccio amorevole; infine le vedo, vecchie signore, sostenersi a vicenda, per resistere agli scossoni del vento e alla prepotenza del traffico lungo le strade. Arrivano sottobraccio, ma una volta giunte sotto le querce siedono separate, staccandosi una dall’altra, quasi agli antipodi di quel piccolo universo.

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