1

Dalla mia finestra li vedo bene, li sento arrivare. Raggiungono il loro punto di ritrovo sotto le querce, chi a passi veloci e nervosi, chi lentamente e in modo incerto, chi a fatica per una malattia deformante degli arti inferiori. Si chiamano, ad alta voce, come se non si vedessero da mesi e rispondono al richiamo del loro nome come superstiti di un naufragio, approdati per ventura su una spiaggia buia. La maggior parte di loro ha spalle dritte e una magrezza nodosa. Siedono subito, appena arrivati, con la solerzia di chi sta per cominciare un lavoro importante, con voglia e gesti da ragazzi. Li osservo da circa quattro anni. Sono sempre lì, con qualunque tempo; unica eccezione le feste grandi e le giornate di tempesta. Fanno parte di questo gruppetto due gemelle, di circa ottanta anni. Vestono sempre in modo identico e colorano i capelli dello stesso bruno ramato. Le incontro spesso per le vie del paese, a fare la spesa, all’ufficio postale. Hanno occhi neri e vivissimi e camminano sottobraccio. Le immagino fare così durante tutta la loro vita; con il braccio di una delle due, bambina, intrecciato a quello dell’altra come un rampicante sul suo supporto; poi ragazze, con lo stesso gesto, più elegante, rivelatore di un’incertezza naturale, la possibile parziale potatura di quel ramo; poi signorine di mezza età, rassicurate da quell’intreccio amorevole; infine le vedo, vecchie signore, sostenersi a vicenda, per resistere agli scossoni del vento e alla prepotenza del traffico lungo le strade. Arrivano sottobraccio, ma una volta giunte sotto le querce siedono separate, staccandosi una dall’altra, quasi agli antipodi di quel piccolo universo.

Annunci

Cominciare a scrivere

Ora.

Dita sui tasti, luce giusta che entra generosa dalla finestra, amplificata dalla pesante tenda gialla, mi metto a scrivere. Di cosa? Di me? Dei miei attuali motivi di confusione e di certezza? Di felicità e infelicità? D’amore? Penso moltissimo a queste cose in questi giorni, eppure scriverne mi sembra un’impresa quasi impossibile. Mi mancano le parole per cominciare. Eppure voglio. Cominciare a scrivere. Scrivo di questa stanza. Ha le pareti gialline, una grande finestra quasi sempre spalancata, una pesante tenda gialla a creare una quinta; un divano giallo, un divano blu, un tappeto e una libreria. Un televisore vecchio modello, un pc sicuramente coevo, un’altra piccola libreria pensile, di legno scuro. Sotto la finestra scorre un piccolo ruscello, spesso in secca ma non quest’anno. Talvolta i germani reali lo risalgono in furibonde rincorse amorose, cantando a squarciagola. Oltre il ruscello c’è uno spiazzo, quello che resta di un orto, ora asfaltato e ridotto a parcheggio pubblico. Una macchia di querce non troppo in salute ne delinea il contorno dal lato del ruscello. Davanti alla finestra c’è un tavolo, lungo. Mi piace sedermi lì, accanto ai vetri, e guardare fuori. Sotto la macchia di querce una comitiva di arzilli anziani trascorre i pomeriggi godendo il tempo che passa. A guardarli dal mio posto sembrano dipinti; stanno pressochè immobili, seduti su due vecchie panchine con le spalle rivolte verso di me; solo un leggero brusio, pacato, rivela che sono reali.