Canto antico VIII

Mentre Giuditta saliva avanti a lui la mulattiera scivolosa per la pioggia, Camillo si sorprese a ripensare al giorno del loro matrimonio, quando percorrendo quella stessa strada aveva sentito dietro di sé il respiro lieve di lei. Sorrise, ammettendo che da quel giorno in avanti era stata sempre Giuditta ad aprire la strada,  a precederlo con quella sua andatura quieta e rassicurante.  Un lampo interruppe i suoi pensieri, accendendo di una luce rossastra le foglie degli alberi che grondavano acqua dai rami affacciati sulla mulattiera e Camillo vide affiorare dal folto del bosco la casa di Gustin. Nel fragore del tuono il cane di Gustin arrivò ringhiando, con quell’andatura stramba che lo faceva sembrare ancora cucciolo. Si fermò sul ciglio della mulattiera e si zittì, come seguendo un comando inudibile. Di lì a pochi secondi le felci del sottobosco si piegarono sotto i passi pesanti del  bracconiere e Camillo e Giuditta furono costretti a fermarsi. Salutarono l’uomo con poche parole smorzate dalla pioggia battente e dalla salita, badando a non lasciarsi sfuggire la pena che avevano nel cuore e che rendeva quella sosta forzata simile a un calvario.  “Ora ci chiederà di andare a riparaci in casa sua” pensava Giuditta con un moto di repulsione ” Fa’ che non ce lo chieda…fa’ che ci lasci andare…” e  stringeva il piccolo rosario nella mano che reggeva la cerata,  lo teneva con forza, come se fosse stato il corrimano cui aggrapparsi per non cedere allo sconforto e alla disperazione, per continuare a cercare Nicola e ritrovarlo.

Al cadere delle prime gocce di pioggia Nicola si era fermato e si era reso conto di aver camminato per tutto il tempo.  Brusco si era allontanato quasi subito, lasciandolo da solo, ma il ragazzino non aveva esitato, aveva anzi aumentato leggermente l’andatura, imprimendo al suo passo una fierezza buona, una fierezza da partigiano. Nicola sapeva tutto dei partigiani, anche se la guerra era finita e non li vedeva più passare davanti alla sua casa: uomini grandi come i castagni su cui era solito arrampicarsi, il moschetto al fianco, marciavano in silenzio in un tintinnio di borracce e cinturoni e quando lui correva fuori per guardarli da vicino tutti alzavano un braccio in segno di saluto, senza voltarsi, consapevoli che ad uno sguardo quel bambino minuto, quasi gracile, li avrebbe seguiti.

Canto antico VII

7

 

– Ninni! Dove sei! – La pioggia batteva insistente sui sassi della mulattiera e sulla cerata con cui Giuditta cercava di ripararsi e il ticchettio delle gocce era così forte da coprire a tratti la voce di Camillo che poco più in là, nel folto del bosco, chiamava incessantemente il piccolo. Giuditta si guardava attorno, mordendosi il labbro inferiore per non piangere, sono sua madre, pensava, come posso non sapere dove cercarlo? Aveva guardato ovunque, in ogni angolo della casa, nelle stalle, nel pollaio, nella casetta di legno che Nicola aveva costruito per Brusco, il suo cane, insieme a suo padre, ma del piccolo non c’era traccia. Subito dopo pranzo lo aveva visto correre fuori, incurante della pioggia che cominciava a cadere e delle raccomandazioni di sua madre, spavaldo come solo un ragazzino di undici anni poteva essere. Per un po’ avevano pensato che Brusco fosse con lui e questo pensiero li aveva tranquillizzati perché era un cane molto intelligente, abituato a governare il gregge, a riportare a casa anche la più sprovveduta delle pecore ma, mentre decidevano in quale direzione allargare le ricerche, avevano visto il grosso meticcio zoppicare verso casa, il muso intriso di fango e sangue, il pelo fulvo reso ispido dall’acqua sporca in cui si era rotolato facendo a botte col cane di Gustìn, come succedeva ormai da molti giorni. Il cane di Gustìn aveva un istinto selvatico, perchè era un cucciolo di lupo cresciuto in cattività. Gustìn lo aveva trovato andando a caccia di lepri, ferito gravemente ad una zampa dal martello con cui colpiva a morte le sue piccole prede in fuga attraverso i pascoli. Quella volta aveva visto muovere nell’ intrico di un cespuglio di rovi: era piuttosto lontano da lui, ma il fatto che nessun animale ne fosse schizzato fuori al suo arrivo lo aveva convinto a tentare un tiro. Il guaito che ne era seguito lo aveva riempito d’orgoglio e si era sentito molto fiero di sé alla vista del cucciolo di lupo. Lo aveva portato a casa con la precisa intenzione di farne il cane da guardia più aggressivo che si fosse mai visto su quei monti, ma il progetto si era presto rivelato un fallimento: il cucciolo di lupo era pauroso per indole, era timido e scappava a nascondersi ad ogni rumore. La martellata che aveva decretato il suo destino, sebbene attutita dalla trama dei rovi, lo aveva reso sgraziato nei movimenti e per niente veloce. Mangiava solo carne, preferibilmente cruda, preferibilmente di pecora. Crescendo aveva irrobustito le zampe, anche quella offesa, e l’istinto da predatore e con quelle armi a disposizione aveva cominciato ad avventurarsi sui pascoli più in alto, per dare la caccia alle pecore ed era stato così che aveva fatto la conoscenza di Brusco. Giuditta continuava a salire, scivolando quasi ad ogni passo sui sassi lucidi di pioggia della mulattiera. Era maggio e ci sarebbe stata ancora almeno un’ora di luce, prima che la notte inghiottisse le speranze di ritrovare Nicola. Camillo la raggiunse ansimando un po’, fradicio e pallido in viso :- Avremmo dovuto chiedere aiuto a Gustìn – disse in un fiato, mentre sollevava un lembo della cerata per crearsi un riparo. – A Gustìn…ma sei matto… – rispose Giuditta quasi sussurrando – mi fa paura quell’uomo, non deve sapere che Ninni è in giro per i boschi da solo. Continuiamo a salire. – e senza indugio riprese a scalare la mulattiera e a chiamare suo figlio  con tutta la voce che ancora aveva, alternando i richiami a lunghi istanti di silenzio, l’orecchio teso a percepire il minimo lamento. Camillo la seguiva fiducioso, come se la risolutezza di sua moglie fosse stata la promessa di un lieto fine.

Canto antico VI

6

Camillo varcò la soglia del seccatoio e andò ad appoggiare la gallina per terra, vicino ad un pentolone pieno d’acqua bollente. La giovane donna seduta accanto al fuoco gli rivolse un sorriso distratto e con le mani ancora coperte di minuscole piume avvicinò la gallina che aveva appena spennato alla fiamma viva. Dopo averla fiammeggiata con cura la adagiò sul ripiano di marmo del tavolo, accanto a un’altra preparata in precedenza, quindi agguantò quella appena arrivata e la immerse nel pentolone fumante. All’odore di bruciato che ancora aleggiava per la stanza se ne aggiunse un altro, più soffocante, che saliva dal pentolone a mano a mano che la giovane vi  tuffava la gallina, prima tenendola per la testa e poi per le zampe; quando fu bene inzuppata cominciò a staccarne le piume con movimenti rapidi e sicuri, a capo chino, in modo che il fazzoletto a fiori che portava in testa nascondesse quasi del tutto il suo viso. Camillo non la conosceva, neppure di vista, ma non si era stupito quando un paio d’ore prima, entrando nel seccatoio con le altre due galline, l’aveva vista versare acqua nel pentolone annerito appeso alla catena del focolare. Del resto già alle prime luci dell’alba la casa si era riempita di donne che non aveva mai visto prima, ne aveva contate almeno una decina mescolate alle sue sorelle e alle cognate, che andavano e venivano indaffarate e silenziose, bisbigliando frasi incomprensibili e scambiandosi occhiate eloquenti ogni volta che lui veniva a trovarsi inavvertitamente sul loro cammino. Era come se avessero tracciato per casa un sentiero invisibile, una creuza riservata alle donne che portava fino alla porta di Giuditta; più volte aveva cercato di avvicinarsi alla soglia per stare in qualche modo vicino alla sua sposa, ma alla fine aveva dovuto arrendersi a quell’esercito silenzioso e solerte e soprattutto al suo generale: l’instancabile e autoritaria levatrice. Camillo ricambiò il sorriso della giovane con un accenno di saluto e si diresse verso l’apertura nella parete di fondo, che immetteva nel locale del forno; sua cugina Liliana si era offerta di occuparsene e Camillo non poté trattenere un sorriso quando se la trovò davanti, le maniche del vestito arrotolate fino alle ascelle e i fianchi ben piantati, che infilava legna di erica nella bocca spalancata del forno; metteva un tale impeto nei gesti, con quelle sue mani forti e le braccia muscolose, che più che un forno sembrava alimentasse una bestia feroce e la fiamma in effetti ruggiva, sotto la volta di mattoni anneriti, e faceva cambiare loro colore a mano a mano che la temperatura saliva – Ormai sono bianchi – soffiò la Liliana, fra le labbra asciugate dal calore che gremiva la minuscola stanza – Vai ad avvisare in cucina che il forno è pronto – aggiunse, rincorrendo col dorso della mano il sudore che le colava generoso lungo le tempie. Camillo uscì di corsa dal seccatoio e oltrepassò la soglia di casa tendendo l’orecchio in direzione della camera dov’era la sua sposa. Il silenzio era quasi assoluto, appena increspato da un ronzio  fatto di passi strascicati e di ordini sussurrati. In cucina le donne erano intente a preparare il pranzo e a Camillo sembrò davvero strana la scena che gli si aprì davanti: impastavano sfoglie, mescolavano, tritavano, giravano intingoli nelle casseruole stipate sulla piastra rovente della grande stufa, con un continuo frusciare di gonne, di passi accennati, di inchini e giravolte  e tutto  avveniva in un silenzio irreale:  sembrava di essere in mezzo a una festa da ballo, ma ospiti sordi, incapaci di sentire la musica che guidava tutto quel movimento. Improvvisamente la voce possente della Tiana risuonò nella casa come una fucilata: – Maschio! – sciogliendo, come fosse stato un voto, il silenzio che fino a quel momento era stato portato con cura di stanza in stanza. Camillo sentì l’emozione salire violenta dalla bocca dello stomaco fino ai capelli, poi vide ogni cosa in cucina farsi di un azzurro sempre più intenso, anche il viso di sua sorella Giulia, che non smetteva di ripetere  il suo nome mentre lui, appoggiato alla parete della cucina, scivolava lentamente fino a terra prima di perdere i sensi.

Canto antico V

5

La gallina girò la testa di scatto, inclinandola un po’ e accompagnò quel movimento improvviso con un chiocciare sommesso che a Camillo sembrò quasi una raccomandazione – Non ti farò male, stai tranquilla – ripeté con dolcezza, mentre le mani serravano la bestiola, affondando nelle piume rossicce. Camillo se la portò fino al petto poi la fece scivolare sotto il braccio sinistro con delicatezza; la gallina stava ferma, docile, assecondando i suoi movimenti, il becco puntato dritto in avanti e gli occhi semichiusi dietro le palpebre chiare: sembrava stesse per addormentarsi. Camillo le parlava sottovoce, con brevi frasi sconnesse, sapendo bene che ad importare davvero era solo il tono della sua voce e la gallina sembrava ascoltare, diligente; se ne stava zitta e così immobile che si sarebbe potuto sentire  il piccolo cuore battere. Il movimento delle dita fu rapido e preciso, quasi amorevole. Camillo lo fece camminando e non si fermò neppure quando il collo della bestiola penzolò dal suo braccio, sbattendo leggermente contro il fianco: la lasciò  scivolare tenendola per le zampe, così le ali si aprirono e la gallina sembrò un’anfora di terracotta che dondolava al suo passo cadenzato. Tornando verso casa passò sotto le finestre e sostò un istante, sollevando la testa come per ascoltare meglio, ma non sentì alcun suono provenire da quella parte così proseguì in direzione del focolare.  Oltre la finestra chiusa, nella camera inondata di luce, Giuditta aveva la sensazione di stare camminando da giorni sotto il sole: sudava così tanto che la camicia da notte le si era appiccicata alla pelle, diventando opprimente come una pesante coperta. Le gambe le dolevano proprio come quando si cammina troppo a lungo: sentiva i polpacci irrigidirsi in crampi dolorosi, le ginocchia tremare e il cuore balzarle in gola ad ogni contrazione. La casa era piena di gente, di donne venute ad aiutare, cugine, cognate: per le stanze  era tutto un ancheggiare di fianchi possenti, un piegarsi e distendersi di braccia forti e amorevoli che aprivano e richiudevano continuamente le porte, più raramente quella della camera di Giuditta, portando lini candidi e perfettamente ripiegati,  fasce e bende ed ogni altra cosa avesse chiesto la levatrice con quella sua voce autoritaria e limpida. La Tiana era una levatrice esperta, aveva fatto nascere tutti i bambini dei casolari sparsi su quei monti. Era decisa, coraggiosa, capace e Giuditta si fidava ciecamente di lei, così quando la sentì dire – Dai “bella figgia”, ancora una volta! – con il tono deciso eppure dolce con cui la incoraggiava da ore, raccolse le ultime forze quasi certa di non averne più e spinse fino a smettere di respirare. L’aria rientrò di colpo nei suoi polmoni nello stesso istante in cui uno strillo acutissimo riempì la stanza – Maschio! – annunciò solennemente la Tiana, sovrastando senza difficoltà gli strilli del neonato. Il brusio sommesso che aveva animato la casa per tutta la mattina divenne un vociare emozionato e incontenibile e fu l’ultima cosa che Giuditta sentì insieme al profumo del suo bambino, che la levatrice le aveva adagiato sul petto, ripulito e odoroso come un fiorellino di campo e già in cerca del seno, ad occhi chiusi, senza piangere. Anche Giuditta li chiuse, sotto lo sguardo rassicurante della Tiana: era sfinita ma adesso, finalmente, poteva riposare.

Sestri Levante

Sestri Levante, ore tre del pomeriggio. Sestri è bella in autunno, anche se piove.  Fermo sotto il portico di Santa Maria di Nazareth, Enrico guarda l’orologio anche se non serve: il campanile ha appena lanciato tre rintocchi verso il cielo plumbeo, spaccato qua e là da crepe azzurre. La piazza davanti alla chiesa è quasi deserta – Meglio – pensa Enrico sorridendo – così sarà più facile vederla arrivare – Il ritmo frenetico della suoneria lo separa dai suoi pensieri, il display illuminato dice ” Martina”. Ad Enrico trema la voce, mentre risponde :- Ciao…- e ride nervosamente perchè non sa cosa dire – Ciao Enrico, sei sorpreso? – Enrico respira profondamente, fissando con insistenza le pietre squadrate del pavé – Beh, sì…pensavo di vederti arrivare…non di sentirti al telefono. Qualche problema? – Martina sorride, Enrico lo sente perfettamente, sente un – No – uscire dalle labbra sorridenti di lei. L’emozione per quell’incontro si sfa, all’improvviso: Enrico appoggia le spalle ad una delle colonne del porticato, è stanco e confuso, deluso. – Stai bene Marti? – dice piano e la leggera preoccupazione nella sua voce non riesce a trovare un nascondiglio  nel silenzio della piazza  – Sì, sto bene, sono un po’ stanca, ma va tutto bene – Enrico cerca di frenare il torrente di domande che preme per uscirgli dalla bocca, non vuole essere insistente, non vuole sembrarle apprensivo o peggio. Cerca disperatamente qualcosa da dire, qualcosa che non abbia niente a che fare con quell’appuntamento, con Sestri, con loro due, ma non è facile, soprattutto per lui che è sempre stato un disastro con le parole  – Ti ho telefonato… – comincia Martina, con la solita risolutezza nella voce – perché vorrei farti una domanda. Seria. – Non piove più. Enrico si stacca dalla colonna e si avvia verso la spiaggia quieta, distesa oltre la striscia di case alla sua destra. La Baia del Silenzio, pensa Enrico e sorride fra sè  – Sono qui, puoi farmi tutte le domande che vuoi – replica e la sua voce risuona incredibilmente calma nello stretto carrugio. Respira ancora profondamente mentre svolta sulla piazzetta dei pescatori e si siede sul muretto coperto di sabbia:- Dimmi…-  C’è un silenzio irreale, intorno e al telefono :- Marti, ci sei? – Martina ride piano, con quella dolcezza che lui conosce bene – Sì, sono qui. Enrico, perché ci siamo dati questo appuntamento? – Enrico tira fuori dalla tasca della giacca le sigarette e ne accende una. Non sa cosa risponderle; ne hanno parlato mille volte, ed ogni volta una ragione in più ha reso inevitabile quell’incontro. Adesso però, sospesi su quell’istante mancato, Enrico non sa più niente. – Voglio vederti – dice con tono pacato  – Perché? –  Enrico guarda verso il mare: è calmo, come sempre in quella piccola baia. Le barche sono tutte dentro la rada, al riparo della diga di scogli che si unisce alla spiaggia dalla parte della secca. Perché. Perchè ci si incontra Marti? Perchè si sogna? – Non lo so – risponde e lo dice d’un fiato, quasi senza volerlo. Martina non dice niente, respira piano  – E tu?-  incalza Enrico, mescolando fumo azzurro alle parole  – Neppure io –  Enrico sorride, poi ride, sempre più forte e non riesce a smettere – Cosa ci trovi di divertente… – protesta Martina, ma dopo un istante ride anche lei  – Sei bella… – Enrico prosegue senza più alcuna incertezza :- Né tu né io lo sappiamo. Non credi sia la condizione perfetta per farlo? Dovunque stiamo andando, lo stiamo facendo insieme. – Martina ride ancora, serena adesso – Allora sei daccordo Marti, lo facciamo? – Martina dice sì senza smettere di ridere, è il sì più bello che Enrico abbia mai ascoltato – Quando?- chiede con una nota di apprensione nella voce – Voltati – dice Martina, seria – sono dietro di te -.

Canto antico IV

4

Come sei bella amore mio. Come farò a dirtelo, io che non sto mai zitto e scherzo e rido su ogni cosa; io che a stare in silenzio mi sembra di perdere tempo. Ora non ho il coraggio di pronunciare neppure una parola, neppure il tuo nome, che è la parola più bella. Fa caldo qui, si sta bene. Ti ho detto :- Spegni il lume, c’è il fuoco acceso, non serve – e tu lo hai spento senza replicare, sorridendo serena: siamo uguali tu ed io. Poi sei tornata accanto al fuoco, di fronte a me e mi hai chiesto con la tua voce calma e sicura :- Lo dici tu il Rosario? – Ti ho risposto – Sì – con la mia faccia più seriosa, ma dentro di me ho sorriso: il tuo Rosario, il catenaccio del giorno; lo reciti come se chiudessi bene porte e finestre, con la stessa attenzione. Ora che anche l’ultima litania si è spenta sulle tue labbra da ragazzina, rimaniamo in silenzio ed io sono in pena, perchè non trovo le parole nè il coraggio per dirti che sei bella. E lo sei sempre di più. Adesso ad esempio, mentre abbassi gli occhi e dici che le braci sono ancora troppo ardenti per poter essere portate a letto o adesso che rimani col viso rivolto in basso, ma sollevi lo sguardo fino a me e non so se il colore delle tue guance è il riflesso del focolare o quello dei tuoi pensieri. Sei bella amore mio. Oggi mi hai fatto di nuovo innamorare di te. Non dimenticherò mai il tuo respiro dietro i miei passi e i tuoi occhi seri ma pieni di felicità, di promesse di felicità. Sei la mia terra, amore mio, e la mia casa. Oggi pomeriggio arrivando qui ho guardato questo posto con attenzione e ci ho visto tutto quello che voglio offrirti. Poi voltandomi verso di te ho dimenticato tutto: le tue belle mani correvano sul tuo collo a riacciuffare quelle ciocche ribelli che scivolano sempre dalla tua pettinatura; anche adesso sono scese lente e morbide, a ricordarmi che anch’io potrò accarezzare la tua piccola testa, spettinare i tuoi capelli e poi ricomporli, ancora, intorno al tuo viso.

Ti voglio tanto bene. Ho pensato spesso a quando sarei stata nella nostra casa iniseme a te, soli. Ci ho pensato con timore, con emozione e desiderio, ma ora che sono qui, seduta davanti a te, provo qualcosa che non avevo immaginato. Il cuore batte così veloce che potrebbe uscirmi dalle orecchie o dalla bocca, ma dentro di me sono calma: mi sento al sicuro qui con te. Oggi, salendo per la mulattiera, ti ho guardato sempre, abbassando gli occhi solo quando ti vedevo inclinare la testa e voltarti verso di me  quasi di nascosto. Conosco il tuo corpo, anche se non l’ho mai visto. Ho osservato, imparato e amato ogni più piccolo movimento che ha accompagnato la tua salita: la posizione della testa, il collo e le spalle larghe e forti sotto il peso delle sporte; le gambe agili, i passi misurati, cadenzati, che mi hanno invitato a seguirti nello stesso modo in cui lo ha fatto il tuo sì, questa mattina in chiesa. Ti voglio tanto bene. Chissà a cosa stai pensando; adesso per esempio, mentre accendi l’ultima sigaretta con un pezzetto di brace, che è ancora troppo ardente per poterla portare a letto. Te lo dico. Non hai risposto, ma mi stai guardando in un modo che non conosco. Nessuno mi ha mai guardato così, con così tanta dolcezza. Ora vorrei essere  bella, bellissima per te, ma sento i capelli fuggire dal recinto delle forcine e le ciocche scendere sulle spalle. Stavo per raccoglierle ma i tuoi occhi mi hanno fermata: le guardi con amore, sì, con amore…sento le ciocche ribelli sotto le mie mani e mi sembra di sentire le tue dita.

– Comincia a fare freddo, ormai siamo in autunno.
– Sì, fa freddo.
– Rimaniamo qui per questa notte, vicino al fuoco. Va bene?
– Sì.
Camillo uscì per tornare quasi subito con un materasso arrotolato. Lo stese accanto alle braci, ma non troppo vicino: era un sacco, di tela a righe un po’ ruvida, riempito di foglie di castagno e frusciava sotto le mani come un bosco scosso dal vento. Giuditta prese dalla sporta grande le lenzuola che aveva ricamato per quella notte; c’erano mille pensieri, desideri e parole non dette, timori e speranze intrecciati ai fili del ricamo, ma ciò che provava adesso era paragonabile soltanto al candore del lino, al grande telo bianco, vuoto, semplice, pulito. Così si sentiva Giuditta: un telo candido in cui suo marito si sarebbe avvolto.
-Mettiti dalla parte del fuoco – disse Camillo con premura e Giuditta lo accontentò in silenzio. In quel momento, mentre sua moglie si sistemava accanto a lui, ammirandone il profilo minuto e delicato, bruno contro il rosso della fiamma, Camillo si accorse che erano entrambi vestiti; non avevano tolto neppure le scarpe. Distesa sul fianco Giuditta sentiva  sulla schiena il tepore della brace vicina; suo marito le stava di fronte, un braccio piegato a sostenere la tempia mentre il riverbero rosso illuminava il suo volto, rivelando ogni singolo pensiero. Camillo sollevò una mano lentamente e con la punta dell’indice sfiorò la guancia di sua moglie; non poteva vederne il viso, perchè la luce rossastra del focolare gli riempiva gli occhi e quasi lo rendeva cieco; le si avvicinò un po’ e così facendo entrò nell’ombra scura e morbida di quel corpo che ancora non conosceva: la prima cosa che vide fu il suo sorriso.

Canto antico III

3

– Un fuoco acceso fa sentire a casa – pensava Giuditta sorridendo, mentre con gesti rapidi e sicuri prendeva manciate di farina bianca e profumata da un sacchetto di tela chiara, appoggiato sulla panca di legno che occupava quasi tutta la parete di fianco a lei. Aveva esplorato tutta la casa prima di arrendersi al fatto che la cucina, se così si poteva chiamarla, si trovava all’ esterno di questa, in una casupola di pietra che Giuditta arrivando aveva a malapena notato. Quando con l”ultimo scatto della serratura il pesante portone si era aperto davanti a loro, Giuditta si era  avventurata a passi silenziosi e un po’ esitanti in una specie di atrio, privo di finestre, sul quale si aprivano diversi locali; in uno di questi faceva mostra di sé un acquaio di marmo grigio chiaro, imponente, privo di pompa per l’acqua; Giuditta entrando si era aspettata di trovarvi anche il focolare, ma non ve n’era alcuna traccia: le pareti erano bianche di calce e le travi del soffitto conservavano il tono caldo e rossiccio dei pesanti tronchi di rovere da cui erano state ricavate, mostrando chiaramente di non conoscere la patina inconfondibile del fumo. Giuditta era quindi uscita nuovamente sullo spiazzo davanti alla casa, rivolgendo lo sguardo verso la casupola posta alla sua destra, addossata alla costruzione principale come una creatura che si tenesse con forza alle gonne della propria madre.  Sul fronte della casetta c’era una porta, che permetteva di accedere ad un piccolo corridoio; su questo si aprivano tre locali di dimensioni davvero contenute ed uno di questi era quasi completamente occupato da un grande focolare, al centro del quale stava sospesa, saldamente fissata ad una trave del soffitto soppalcato, una pesante catena di ferro da cui pendeva un grosso gancio annerito. Non c’era cappa a raccogliere il fumo, perchè il soppalco che sovrastava la stanzetta era sempre stato utilizzato per riporvi le castagne ad essiccare, sfruttando il calore intenso del focolare sottostante. Le pareti di quel piccolo locale erano colore del carbone, così come le tavole e le travi del soffitto; il pavimento era di terra, battuta da un quotidiano calpestio che l’aveva resa dura come pietra. Sulla parete opposta alla porticina d’entrata c’era una piccola finestra, mentre al di sopra del soppalco, su quello che rimaneva della stessa parete, era stata ricavata un’apertura, da cui le castagne venivano rovesciate per essere poi distribuite accuratamente sulle tavole del soppalco, esposte al tenace calore del fuoco. Giuditta, immobile sulla soglia, si era guardata attorno con curiosità, contenta di ciò che i suoi occhi riuscivano a distinguere nella penombra che la luce del tramonto non riusciva a penetrare. Aveva pensato che col tempo anche loro avrebbero usato quel locale così piccolo e prezioso per lo stesso scopo, ma per il momento quella stanzetta annerita e buia le era sembrata il focolare  più bello che si potesse desiderare. Camillo aveva recuperato da qualche parte un tavolino in ottime condizioni e lo aveva avvicinato alla panca lunga e stretta. Un grande fazzoletto, annodato in foggia di fagotto, era stato appoggiato sul tavolino, diventando come per incanto una tovaglia apparecchiata per due quando Giuditta ne aveva sciolto le cocche, stirando con le mani la stoffa sul ripiano liscio e sistemando i piatti, i bicchieri e le posate che vi erano state riposte per la prima cena dei due sposi; il resto del corredo, i pochi arredi e le provviste sarebbero arrivati a casa l’indomani, a bordo del carro messo a disposizione dal padrone.  Intanto  Camillo era uscito di nuovo, tornando poco dopo con le braccia cariche di legna: rami secchi di erica, ciocchi di castagno e qualche pigna; in pochi secondi il profumo della resina di pino aveva cominciato a riempire la stanza, salendo in strette e dense volute di fumo bianco, poi la fiamma era divampata all’improvviso, con un suono profondo e soffocato, simile a quello del vento quando rotola fra gli alberi e ruggisce come un animale selvatico. La fiamma saliva alta e viva, scoppiettando e Giuditta mescolava acqua e farina e pensieri in una ciotola, con un cucchiaio di legno d’ulivo.

Canto antico II

2

Dal momento in cui avevano salutato gli invitati alle nozze e si erano avviati verso il sentiero, oltre il paese, Camillo non aveva più aperto bocca: aveva sorriso a Giuditta e si era incamminato davanti a lei, cercando di rallentare il suo agile passo da montanaro, per non rendere quella salita ancora più difficile alla cocciuta ragazza che finalmente era diventata sua moglie. Ogni tanto la sentiva, dietro di sé, sospirare un po’ e fermarsi, per liberare i tacchi delle scarpe che andavano ad incastrarsi fra i sassi del sentiero; allora piegava la testa di lato e le rivolgeva uno sguardo serio ma intenerito :- Ce la fai? – le domandava paziente e lei annuiva, testarda. Non ne aveva voluto sapere di sostituire le scarpe con cui si era sposata con gli scarponi, più comodi e adatti al terreno impervio della mulattiera e lui aveva insistito tanto perché lo facesse, ma in cuor suo si era commosso. Ad ogni sosta forzata cercava di mantenere quell’espressione a metà fra la severità e la dolcezza, almeno finché la sua attenzione non tornava a concentrarsi sul sentiero, perché lei non vedesse quanto la trovasse bella, ma ci riusciva a stento, perchè amava il carattere fermo di Giuditta, il suo sguardo fiero e delicato allo stesso tempo e quella piega delle labbra che la faceva sembrare una ragazzina. Ne era orgoglioso e al vederla salire carica del proprio bagaglio, i piedi torturati dai sassi della mulattiera eppure sorridente, forte, silenziosa, il cuore gli batteva in gola come se avesse percorso tutta la salita correndo o come la prima volta che se l’era trovata davanti, bellissima, e non era riuscito neppure a salutarla, paralizzato dall’emozione. Sorrideva non visto, arrancando su per il sentiero, al ricordo di pochi giorni prima, quando aveva lasciato fra le mani un po’ tremanti della sua futura suocera il suo regalo di nozze per Giuditta. Poi era quasi scappato via, per l’imbarazzo di emozionarsi davanti a lei e per il segreto timore che le scarpe che aveva scelto potessero non piacerle. Non si era voltato neppure una volta perché se lo avesse fatto l’avrebbe vista, la sua figura minuta nel vestito celeste e sarebbe tornato indietro e lei avrebbe capito che un uomo può anche piangere quando è così tanta la bellezza che ha di fronte. Giuditta emise un sospiro profondo e Camillo, senza neppure voltarsi, lo sentì uscire lieve dalle labbra di lei, sorridenti e capì che era un sospiro di sollievo: il sentiero tortuoso e sconnesso sbucava finalmente su una strada larga e battuta sul ciglio della quale, poco distante, si trovava la loro casa. La raggiunsero in breve, superando la fonte e il lavatoio che erano proprio sotto strada e scesero sulla piazzetta da cui si accedeva al portone principale. Camillo si fermò a poca distanza dalla casa, lasciando correre lo sguardo tutto attorno sui boschi di castagni, le vigne, il fienile poco più in basso; solo la visione di sua moglie, che sistemava i capelli con una grazia che lo fece tremare, gli impedì di essere travolto dai pensieri, dai progetti che non vedeva l’ora di cominciare a realizzare su quella che adesso era la loro terra e su cui avrebbero sudato, sofferto e poi gioito insieme, ad ogni semina e per ogni raccolto. Estrasse dalla tasca dei pantaloni una pesante chiave, che entrò riluttante nella toppa emettendo un cigolio ad ogni scatto della serratura. Il portone si aprì girando sui cardini oliati di recente; la luce calda del tardo pomeriggio entrò per prima, quasi avesse aspettato fuori da quella porta, per giorni e giorni, impaziente e padrona, il loro arrivo.

Canto antico I

1

Due figure vestite di scuro salivano di buon passo, sotto un tiepido sole, il sentiero che dal paese portava ai monti. A vederle da lontano nessuno avrebbe indovinato che si trattava di due sposi: Giuditta e Camillo infatti si erano sposati la mattina, alle dieci, nella chiesetta di Montale. Erano solo le quattro del pomeriggio, ma la cerimonia semplice con cui il parroco li aveva uniti in matrimonio poche ore prima sembrava già un ricordo lontano; Giuditta aveva voluto tenere ai piedi le scarpe con cui si era recata all’altare, malgrado suo marito le avesse più volte ripetuto che percorrere l’erta dal paese fino a casa senza comodi scarponi sarebbe stato doloroso. I piedi le dolevano infatti, soprattutto a causa delle pietre aguzze di cui era fatto il sentiero e fra le quali i tacchi, sebbene bassi e larghi, andavano ad incastrarsi quasi ad ogni passo, costringendola a brusche fermate che mettevano in serio pericolo la stabilità del voluminoso fagotto che portava sul capo e nel quale aveva radunato tutto il suo corredo. Nonostante la difficoltà nel camminare, però, Giuditta era felice di avere ancora ai piedi le sue scarpe da sposa; nei giorni precedenti il matrimonio, durante i pochi preparativi per la cerimonia, aveva spesso pensato alle scarpe da indossare con crescente preoccupazione. Acquistarne un paio non era cosa facile, soprattutto se le si desiderava di pelle e con un tacco vezzoso ed elegante che ingentilisse le gambe :- Non metterò le scarpe di tela per sposarmi! – ripeteva Giuditta con tono risoluto ogni volta che sua madre cercava di convincerla ad accontentarsi di quello che potevano permettersi. Ma qualche giorno prima del matrimonio, mentre era intenta a radunare il suo piccolo corredo, Giuditta aveva sentito la voce di Camillo giungere dal cortile: poche parole frettolose e sua madre che la chiamava con tono impaziente. Aveva sceso il più in fretta possibile la stretta e ripida scala di legno, ma giunta in cucina aveva trovato solo sua madre che immobile guardava verso la porta aperta con un’espressione sorpresa e commossa; allora  Giuditta era uscita di corsa sull’aia, riuscendo però a vedere soltanto la figura agile e magra di Camillo sparire oltre la curva.  Era rientrata altrettanto di corsa chiedendo spiegazioni su quella partenza improvvisa e sua madre per tutta risposta aveva indicato un pacco, fatto con carta di giornale, appoggiato sul tavolo della cucina. Al suo interno c’era un paio di scarpe, di pelle lucida e scura, con il tacco basso ma elegante; Giuditta le aveva prese con cura dall’involto e le aveva calzate con ogni attenzione; ne aveva ammirato l’effetto e provata la comodità camminando avanti e indietro sul pavimento di mattoni rossi, poi si era fermata e con un largo sorriso aveva esclamato :- Sono proprio le scarpe che desideravo! – e pensando a Camillo aveva abbracciato sua madre, commossa come lei per la delicatezza e l’amore che quel dono prezioso esprimeva. Dai capelli raccolti sulla nuca qualche ciocca scivolò giù, per il dolce ondeggiare dell’andatura con cui Giuditta assecondava la faticosa salita; i due sottili anellini d’oro che le ornavano i lobi dondolavano ad ogni passo. All’ennesima buca Giuditta decise di fermarsi un istante, anche per estrarre uno dei tacchi dalla morsa delle pietre senza danneggiarlo. Nel farlo lo sguardo le cadde proprio sulle scarpe: erano completamente impolverate ma nonostante tutto non le avrebbe sostituite con gli scarponi: sarebbe arrivata alla soglia della nuova casa con ai piedi le scarpe più belle del mondo, le sue scarpe da sposa. Camillo si fermò e si volse verso di lei in modo sbrigativo ma paziente :- Ce la fai?- le chiese con la consueta dolcezza un po’ severa. Giuditta annuì sorridendo: la sagoma di pietra scura della loro casa era già ben visibile, anche se l’andamento tortuoso della mulattiera faceva sì che essa apparisse e scomparisse in continuazione allo sguardo, a tratti completamente nascosta dai boschi che ricoprivano i fianchi del monte. Ad un certo punto la strada si fece più ampia e i sassi aguzzi lasciarono il posto alla terra battuta; gli ultimi metri furono davvero facili da percorrere e Giuditta si ritrovò finalmente sulla piazzetta davanti al portone. Posò a terra le sporte che le occupavano le mani e fece una specie di genuflessione, per permettere al fagotto di scivolare dolcemente dalla sua testa fino a terra. Rialzandosi mise in ordine i capelli con gesti rapidi e sicuri e sorridendo si volse verso suo marito, che le si era avvicinato per aiutarla: finalmente sentì di essere arrivata a casa.

Una giornata particolare

Ora sulla strada c’è solo silenzio. E polvere. Si sta alzando una brezza, proveniente dal mare, che porta il profumo del salino fin sul valico, lo sospinge sulla cresta dei monti per farlo precipitare giù, fra i boschi dell’entroterra, rotolando come un sasso, come un blocco d’ardesia a spacco, fino alla valle. All’ombra dei giovani pini Agostino e Mario stanno distesi in silenzio; aspettano il passaggio della corsa, immaginando il frastuono delle ammiraglie, dei direttori sportivi che incitano i corridori a voce altissima, perché costretti a mantenersi ad una certa distanza dai ciclisti a causa della troppa polvere che le loro automobili sollevano. Il cuore balza in petto al minimo rumore in lontananza: un volo di cavallette,  uno schiocco di merlo, tutto fa sì che i due amici si risveglino di colpo dal pesante torpore, che  li culla già da qualche minuto per la fatica ed il pranzo abbondante. Poco dopo le tre il silenzio è percorso da uno strano ronzio: il respiro pesante e sonoro dei due giovani, vinti dal caldo e dalla fatica. Respirano quasi all’unisono, distesi vicini; le gambe, eroiche protagoniste della durissima scalata, sono abbandonate in completo riposo, le scarpe slacciate, i visi arrossati dal sole. Una poiana sorvola la zona, che è il suo territorio di caccia. Lei sola è in grado di vedere i due corpi vicini, arresi al riposo e altri corpi, guizzanti e multicolori laggiù, dove la strada si perde oltre il costone del monte. Lei sola sente, acuta osservatrice, i respiri ritmati dei due e quegli altri, più affannati ma regolari, che si avvicinano e si confondono, vi si sovrappongono per un istante, prima di rotolare via, insieme alle ruote delle biciclette impolverate. La poiana sorvola con grandi cerchi concentrici il suo territorio di caccia; qualche auto, che passa sferragliando sul terreno leggermente sconnesso, non turba il silenzio del bosco e le prede, ignare, perseguono quiete lo scopo della sopravvivenza quotidiana. Nel sole che abbaglia, riflesso sul mare, la vita che passa somiglia a una musica: respiri ritmati, motori ritmati, rumore di sassi scalzati, accenni di voci trattenute dalla stretta caparbia dei denti, nelle mascelle tese, contratte per la fatica e la fierezza. Poi finalmente torna il silenzio, brulicante di vita furtiva. La poiana decide la preda e si lancia in picchiata, sicura, maestosa ed inesorabile; scompare nel folto degli alberi, oltre la costa del monte, per poi riemergere come da un mare verde, tremulo, risalendo in alto con la preda ben salda fra gli artigli. Lancia un grido acutissimo, che proclama il trionfo o forse annuncia a chi aspetta l’arrivo del pasto. Agostino riemerge anche lui dal suo sonno pesante e si siede di scatto, sfregando gli occhi impastati di polvere e sonno. Con la mano scuote l’amico, che mormora qualcosa fra le labbra screpolate. Sono seduti e svegli adesso; il cuore batte all’impazzata per il risveglio improvviso e innaturale e per un certo presentimento che nessuno dei due si decide ad ammettere. Improvviso, poco lontano, si sente un vociare cadenzato e un fruscio di strada sterrata e di sassi divelti. I due ragazzi balzano in piedi e scendono dal poggio come giovani lepri: dalla curva, vociando e incalzando, sopraggiunge un pastore col suo gregge di pecore, già private del vello. Ha un bastone di legno di nocciolo, sottile, e ogni tanto sospinge le pecore sfiorando loro i garretti con risoluta dolcezza. Agostino e Mario non riescono a muovere un solo passo e aspettano che il pastore passi loro davanti, per domandargli, non senza timore, notizie del Diavolo Rosso; ma il pastore non sa della corsa: ha salito la mulattiera del monte ed è sbucato sulla strada pochi metri più in là; non ne capisce di biciclette lui, né di diavoli di qualunque colore siano. Disorientati e straniti i due amici stanno per risalire sul poggio, per rinfrescarsi alla fonte, quando si sente arrivare da lontano un mezzo a motore. I due amici si guardano: un lampo di irriducibile speranza sciabola nei loro occhi, ormai spalancati. È una moto, ma questa volta poco importa la marca o il modello: i due si precipitano sulla strada: la moto procede avanzando veloce e non accenna a rallentare, neppure in vista dei due giovani che agitano le braccia. Non si fermerà, lo capiscono. Allora Agostino domanda a gran voce:- Siete un battistrada? I corridori? A che punto è la corsa?- Il centauro, avvicinandosi, risponde e la sua voce si sente appena, confusa con quella del motore:- La corsa è passata già da un pezzo…i corridori sono andati…non c’è più nessuno…- e solleva una polvere densa, passando vicino ai ragazzi. – E il Gerbi? Il Diavolo Rosso? – domanda Agostino, con la voce strozzata dalla polvere e dallo sconforto :- Si è ritirato trenta chilometri dopo la partenza…troppe cadute…ginocchia fasciate…- La scia di polvere della moto trascina con sé le ultime parole del centauro, mentre i due stanno fermi, interdetti, sul ciglio della strada nuovamente deserta. Su in alto, simile al grido acuto della poiana, si sente la voce incalzante del pastore, che sospinge le pecore verso la cima del monte. La brezza marina raduna piccole nuvole bianche sul ciglio dell’orizzonte; ogni tanto, come un uccello rapace, scende in picchiata lungo la costa dei monti e giocando insieme alla polvere cancella le tracce di un sogno, impresse da ruote e pedali sulla terra battuta della strada.

Fine